Ghirri

Profili, cammini

Andrea Cortellessa

Pianure

Marco Belpoliti

Profili, cammini


Andrea Cortellessa

Quello fra letteratura e fotografia è stato, nell’ultimo secolo, un amore contrastato. Alle origini del medium fu, piuttosto, lotta senza quartiere. Accusata dagli scrittori di riprodurre meccanicamente la realtà e deprimere l’immaginazione dei lettori, con lo sviluppo delle tecniche e soprattutto delle estetiche delle avanguardie, la fotografia cominciò a intrattenere con la letteratura relazioni dapprima clandestine e, dagli anni Settanta del Novecento in poi, sempre più ufficiali. Non solo le fotografie entrarono nelle opere letterarie (lo facevano, per la verità, dalla fine dell’Ottocento) ma prestarono all’arte sorella concetti, protocolli, logistiche, e infine le “poetiche” della fotografia – spesso peraltro, a loro volta, di origine letteraria – sono state fatte proprie dagli scrittori. È storia di oggi.

Non ci fa velo la commozione per la recente perdita di Gianni Celati se diciamo che per la nostra letteratura – oltre che per la nostra fotografia, si capisce – l’incontro più emblematico fra tutti sia stato il suo con Luigi Ghirri. Il profilo delle nuvole, il libro pubblicato da Feltrinelli nel 1989, è il frutto più conosciuto del loro connubio: nonché forse il più “classico”, in assoluto, dei photobooks italiani. Ma la corrente di sguardi e pensieri di quegli anni ha lasciato tracce anche sulle scritture di Celati che non si soffermano esplicitamente sulle immagini di Ghirri: in libri come Narratori delle pianure e Quattro novelle sulle apparenze, infatti accompagnati da iconiche copertine dell’amico fotografo. Secondo una vulgata che si deve allo stesso Celati, compiaciuto dei panni dell’eterno studente, il loro rapporto andrebbe visto come quello classico fra mentore e discepolo: sebbene nel decennio precedente avesse già collaborato intensamente con un altro fotografo, Carlo Gajani, e sebbene il presunto mentore Ghirri fosse, in effetti, sei anni più giovane di lui.

In realtà quando entrano in contatto, all’inizio degli anni Ottanta, Celati – professore di letteratura americana al DAMS di Bologna, consulente di Einaudi e affermato narratore, saggista e traduttore – è figura già assai nota: non a caso l’unica, non professionalmente legata alle arti visive, che Ghirri voglia con sé nell’avventura di Viaggio in Italia. Nello storico catalogo di questa mostra, uscito nel 1984, figura una prima versione del diario fenomenologico di Celati, Verso la foce (in volume cinque anni dopo): a voler citare solo un titolo, forse il testo più esemplare del postmodernismo italiano (sebbene né lo scrittore né il fotografo amassero questa categoria). E sono anni, questi, in cui effettivamente lo scrittore cambia pelle: stilisticamente e non solo. Alla fine di questa “muta”, con gesto simbolico, Celati deciderà di lasciare l’Italia, trasferendosi prima in Francia e poi in Inghilterra: a Brighton, per la precisione, dove ha fermato i suoi passi lo scorso 3 gennaio.

  Dal punto di vista del temperamento, dell’ideologia, nonché della scrittura in senso stretto, è difficile pensare a uno scrittore della generazione precedente più distante da Gianni Celati di Pier Paolo Pasolini. La formazione di Celati si colloca negli anni Sessanta, in una couche come quella della Neoavanguardia che com’è noto Pasolini, per una serie di ragioni, teneva in gran dispitto (ma alla cui genesi, sono in pochi a ricordarlo, era stato presente: facendosi promotore nel 1957, sulla sua rivista «Officina», di una Piccola antologia neosperimentale che comprendeva fra gli altri Arbasino, Pagliarani e colui che diverrà in seguito il suo arcinemico, Edoardo Sanguineti). Come scrittore Celati aveva mosso i primi passi su riviste organiche al Gruppo 63 come «Marcatré», aveva partecipato all’ultimo convegno del Gruppo a Fano nel ’67 e il suo primo libro, Comiche, era uscito nel ’71 – su iniziativa di Italo Calvino – in una collana einaudiana diretta da Giorgio Manganelli, Guido Davico Bonino e appunto Sanguineti. Però in seguito aveva preso a sua volta polemiche distanze dal Gruppo, dalle sue poetiche e dai suoi rituali di gruppo, facendo sua la maschera del “solitario”: seppure con toni e modalità, contemplative e malinconiche, assai distanti da quelle pugnaci e “disperatamente vitali” di Pasolini.

Di sicuro Celati non era granché interessato allo sviluppo della poetica pasoliniana, ed è presumibile che ben poco abbia letto i suoi testi. Sicché con ogni probabilità risponde a un caso, ma se così fosse di quelli eloquenti, che certe sue posizioni e formulazioni tarde, ben successive al 1975 cioè, paiano riecheggiare – in alcuni casi anche da vicino – certi exploit, specie teorici, di Pasolini. La sua polemica contro l’involuzione mercatistica delle pratiche della grande editoria industriale (enunciate soprattutto nelle interviste degli anni Zero raccolte nel 2011 nel volume Conversazioni del vento volatore) viene svolta in toni gridati, da vox clamantis in deserto, che conoscono solo nel Pasolini “corsaro” e “luterano” un possibile termine di paragone: anche per la libertà con cui riprendono le analisi dell’industria culturale della Scuola di Francoforte (ed è eloquente come a un certo punto Celati vi usi la metafora, appunto pasoliniana prima di lui, del «genocidio»).

Ma forse il punto di contatto più interessante va ricercato in quella che è a tutti gli effetti l’opera ultima del Celati narratore, il libro di racconti Cinema naturale pubblicato nel 2000: che nel parafrasare un’espressione kafkiana si avvicina però, piuttosto, al concetto del Pasolini di Empirismo eretico sul cinema come «lingua scritta della realtà» (un paragone che si può ricondurre anche alla più generale concezione, comune ai due, della morte come principio ispiratore dell’esistenza e suo “montaggio” definitivo: sebbene il Celati di Verso la foce interpreti questa suggestione in diretto riferimento a un pensiero, quello di Heidegger, dal quale in larga misura Pasolini prescindeva). Anche in campo cinematografico, certo la poetica del Celati sui generis documentarista è molto distante da quella di Pasolini autore di cinema, almeno nei suoi episodi più vulgati (ma meriterebbe un confronto più attento con quella dei mediometraggi appunto documentaristici precedenti alla Trilogia della vita), eppure appare quanto mai significativo, a posteriori, che entrambi gli scrittori, da sempre interessati alle immagini, abbiano finito per realizzare opere che si sottraggono al tradizionale circuito della letteratura per adottare direttamente la lingua audiovisiva del cinema.

È proprio alla lezione di Luigi Ghirri che si rifà la poetica celatiana del documentario come lingua dell’assoluta contingenza (il «disponibile quotidiano», come lo chiama in un’intervista): alla figura e ai testi di Ghirri è dedicato il secondo film di Celati, che recupera un progetto dell’amico fotografo nel terzo e forse maggiore, Case sparse; ma Ghirri è presente fisicamente nel primo, Strada provinciale delle anime: convocato com’è fra le «anime» di amici e parenti che accompagnano Gianni nel suo viaggio verso la foce del Po, in una sorta di remake appunto in chiave «provinciale» dell’itinerario nazionale fatto una decina di anni prima coi fotografi di Viaggio in Italia. E così esplicitamente riconsegnando il testimone al pioniere di questa attitudine che Celati riconosce in un lontano photobook, un’opera in qualche modo pionieristica (e di recente finalmente ripubblicata da Einaudi) come Un paese, che nel 1955 Cesare Zavattini, con le fotografie di Paul Strand, aveva dedicato alla sua Heimat emiliana e alla divinità terrestre del suo grande fiume.

Si va dunque dalla letteratura alla fotografia, dalla fotografia al cinema, per circolarmente tornare alla letteratura. Recuperando del cinema l’etimo profondo che lo rinvia al “movimento”, Pasolini e Celati, irrequieti viaggiatori entrambi, hanno percorso nella loro opera un periplo interminabile dalla parola all’immagine e ritorno. Così che le loro opere, fra loro tanto diverse, restano entrambe oggi termini di paragone ineludibili per gli autori delle generazioni a venire. Marco Belpoliti e Veronica Lanconelli appartengono a loro volta a generazioni diverse, che col magistero di Ghirri e Celati com’è naturale hanno avuto commerci di diversa natura. L’amicizia di Marco con Gianni è stata una lunga consuetudine, mentre Ghirri è morto quando Lanconelli aveva cinque anni. Eppure colpisce come entrambi riescano a risolvere nella scrittura quella stessa Stimmung che nel Profilo delle nuvole dei maestri, ora entrambi perduti nella nebbia, è prodotta della circolazione «atmosferica» fra parole e immagini. In tutti e due i casi dipende forse dal fatto che la scrittura si nutre intrinsecamente di immagini (disegni nel caso di Belpoliti, fotografie in quello di Lanconelli) che qui non figurano: come inseguendo una traccia che ci porta sempre altrove. Il cammino non è ancora finito.

Andrea Cortellessa