Tevere gloria e disgrazia

Una misteriosa valigia abbandonata in un canneto. Un uomo e una donna in tuta che si fronteggiano in un esercizio ginnico. Qualche indumento steso a un filo colpito dai raggi del sole. Un ciclista che pedala lungo gli umidi muraglioni dopo la piena. Un gruppo di amici che salta in sella alla bmx, un uomo che suona, due ragazze, forse straniere, che leggono concentrate. È la vita quotidiana del fiume, osservata da vicino, al microscopio, a due passi dall’acqua, impiastricciandosi le scarpe nel fango. Un ponte nuovo, bianco, luminoso. Un vecchio passaggio di epoca romana. Un orto tenace sottratto all’incuria. È la natura del fiume vista dal telescopio, arrampicandosi su un colle, un altipiano, un rialzo distante abbastanza per allargare lo sguardo e illuminare una visione d’insieme, per immortalare in un quadrato le secolari fatiche dell’uomo nel pensare luoghi, strade e percorsi capaci di sorvolare, costeggiare, proteggere il corso d’acqua. Di mattina e di sera. Nei pomeriggi feriali e nelle mattinate di festa. In primavera, con i verdi polposi. In autunno, tra le rosse foglie che cadono come gentili e morenti danzatrici. C’è la bruma, il sole a picco, la gentilezza di una curva e l’asprezza di un’ondata fangosa. C’è la poesia di un platano nel vento a lame d’argento che cede il posto alla prosa dei brandelli di plastica, tristi frutti che ciondolano dai rami. Sono passati i tempi in cui i giovani, costume di lana e mutandoni, si tuffavano nelle bionde acque tra schiamazzi e pudiche risate, ma l’attrattiva è sempre verde. Il saggio serpente offre placidamente le sue anse, che per qualche ora si trasformano in teatro, pista da skateboard, sala studio, palcoscenico per musicisti e acrobati, mentre a poche centinaia di metri dalla riva un gregge di pecore pascola indisturbato. In questa lettura corale la complessità di un paesaggio così contraddittorio, mutevole e immobile, moderno e secolare, acerbo e maturo, raggiunge improvvisamente una sintesi: il susseguirsi delle stagioni cammina in parallelo con l’alternarsi delle generazioni, vecchie conoscenze cedono il passo a nuovi abitanti. E il Tevere, come una vecchia maestra indulgente, ospita, tollera, lascia spazio, aspetta che anche i meno intraprendenti trovino la curiosità e la spinta per osservare, conoscere, sperimentare. MARZIA CORONATI

Nel 2016 William Kentridge porta a termine, nel centro di Roma, un’opera d’arte che fa emergere lungo i muraglioni sabaudi che costeggiano il Tevere 80 figure alte dieci metri in un murales discreto, elegante e silenzioso. Il lavoro è realizzato per sottrazione, grattando via la patina di smog, licheni e piante spontanee accumulata sulle pareti. L’opera è effimera per volontà dell’artista, che non vuole sia attuata nessuna manutenzione. “Che le immagini siano temporanee” ha dichiarato Kentridge “poiché interpretano una storia in cui gloria e disgrazia, trionfo e lamento sono interconnesse e inseparabili”. Kentridge ha contribuito a un timido riavvicinamento dei cittadini alle acque del Tevere, cucendo in parte quello strappo che negli ultimi decenni ha separato gli abitanti di Roma dal suo fiume. A contribuire alla cesura sono più cause: la costruzione dei muraglioni sabaudi di fine ‘800, il conseguente abbassamento del livello delle acque, il rapido e inesorabile inquinamento e l’assetto industriale della società. Seppur ancora separato dalla città, c’è tuttavia molta vita lungo e nel Tevere. Vita biologica, vita umana, vita animale, vita ai margini. Dal fondo delle acque del fiume, in un’operazione durata cinque giorni, è riemerso nell’autunno del 2019 un relitto affondato in pieno centro storico, mentre ogni giorno lavatrici, bottiglie e pneumatici scendono rapidamente verso il mare costeggiando l’isola Tiberina. Ripercorrere il Tevere significa ripercorrere il racconto di una società nello spazio e nel tempo: ci si allontana dalla città a favore di un paesaggio antico e rurale e contemporaneamente ci si immerge nel cuore pulsante della metropoli. Il laboratorio è stato immaginato come progetto a lungo termine con l’intento di restituire alla città una visione molteplice, articolata, variopinta, contraddittoria nel suo rapporto con il fiume: una narrazione corale e trasversale che ha come filo conduttore il Tevere e la sua vita, che parla di una società millenaria, spaziando trasversalmente tra i generi fotografici. Ogni partecipante ha potuto definire il proprio ambito di interesse e la propria area tematica all’interno del progetto. 

Laboratorio coordinato da

Gabriele Lungarella e Vincenzo Labellarte

A cura di

Officine Fotografiche

Fotografie di

Viviana Bertelli, Piero Cardone, Francesca Della Ratta, Franco Desiato, Franco Salvatore, Claudio Imperi, Paolo Ottone, Michela Poggipollini, Antonella Simonelli

Category
Work